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Sulla Città e la strada e sulle (mie) motivazioni della narrazione fotografica

Sono nato nella città di Milano e da sempre sono rimasto affascinato dalle sue strade e dal
bagaglio di umanità che le ha sempre popolate. Una fascinazione cominciata da bambino sui mezzi pubblici, e poi a piedi per strada, nelle lunghe passeggiate del sabato pomeriggio con mio padre, pellegrinaggi che finivano sempre alla “Standa” di corso Buenos Aires, per scegliere il giocattolino settimanale.

Da qui per dirvi che, da qualche anno, nei pochi sabato pomeriggio liberi da lavoro e da figli e – moglie permettendo – Ho ritrovato il piacere di Milano, di osservare le persone, delle passeggiate e della fotografia di strada. Non so dirvi in quale esatto ordine.

Mio padre è stato purtroppo sostituto solo dal suo ricordo, il giocattolino settimanale comprato alla Standa è stato sostituito dalla macchina fotografica di turno (vecchie glorie a pellicola molto spesso, ma anche Fujifilm Xpro2, sopratutto in questo periodo di coronavirus, dove per vedere un rullino sviluppato devo aspettare dei tempi biblici).

Stavo appunto parlando di mio padre, le foto che state vedendo in questo post sono state scattate il primo novembre del 2019, uno degli ultimi giorni in cui mi sono potuto godere mio padre vivo e lucido, prima della lenta agonia delle cure palliative, del suo spegnimento come essere umano senziente e poi come essere umano in generale.

Una breve passeggiata di qualche ora, nei luoghi che frequentavamo, si perché come me, anche lui aveva sempre avuto il piacere della città, delle passeggiate e dei viaggi sui mezzi pubblici, soprattutto da quando era in pensione e poteva scorrazzare con la sua tessera dell’ATM Gratis.

Questo non è il mio, è un padre qualsiasi.

Lui non ha mai preso una macchina fotografica in mano, ma sono sicuro che – se l’avesse fatto – le sue foto sarebbero state fantastiche. Lui come me era un ottimo osservatore, però non ha mai sentito lo stimolo – a differenza mia – di registrare le scene che aveva davanti.

Questo “inutile” blog nasce dalla mia esigenza di comunicare le mie sensazioni sui graffi che trovo per la città – segni che possono essere indifferentemente fatti dalla gente, oppure fatti di gente. Scoprirete che spesso nei graffi ritrovabili in una metropoli, non esistono differenze tra autori e soggetti, tutto si amalgama in quelli che chiamo “linguaggi della città”.

Tutte le foto di questo articolo avrebbero avuto una fine comune: rimanere su di un hard disk catalogati come esperimenti, esercizi di stile di un pomeriggio di sfogo.

Ma le cose sono cambiate, chiuso in casa con i miei pensieri e una crisi d’astinenza da strada dovuta a questo maledetto virus – cosa ne sarà poi della nostra amata streetphotography dopo questo contagio? Come cambierà il nostro rapporto con la fotografia di strada dopo il coronavirus? – Sono qui pieno di tempo per pensare, leggere, catalogare, iniziare un nuovo progetto, con l’idea di questo blog ancora alle prime righe, sono qui che penso a mio padre da poco partito, cerco sul mio computer qualcosa da fare e trovo queste foto scartate, trovo dentro di loro – come d’incanto – qualcosa di buono è inizio a processarle secondo il mio istinto, cercando di creare un mio nuovo linguaggio: inerente a una città e ad un’umanità forse un po’ oscure, in bianco è nero perché è il linguaggio dell’anima – un po’ maledetta – che ti sbatte in faccia le emozioni senza la mediazione e il tentativo di riappacificazione del colore, ti presenta le cose, la verità così come è, senza girarci attorno.

Vi auguro buon viaggio, sentitevi liberi di commentate, chiedere, criticare dall’alto della vostra e mia saccenza, pubblico ciò che vedo e ciò che sono, prometto di condividere la mia visione solo per appagare un po’ di quel vostro desiderio di vedere con gli occhi degli altri, questa volta i miei.

La spesa la streetphotography e il coronavirus

Lo so, è stato detto che non bisogna uscire e questo vale anche per andare a fotografare per strada. Giuro, signor tenente: ero in colonna per l’acquisto settimanale dei generi alimentari di prima necessità. Non è colpa mia se per entrare al supermercato bisogna fare un ora di colonna, allora – tanto che c’ero – perché non approfittare è scattare un po’ di supermarket-queue-photography? Con buona pace del vecchietto li in fondo seduto a gustarsi il lungo spettacolo… Ehi! Ma non dovevi restare a casa?

La situazione degli approvvigionamenti dei generi alimentari qui nella prima provincia di Milano è buona, so però che in città, i piccoli supermercati di quartiere spesso sono quasi vuoti perché li c’è più concentrazione di persone, meno spazio per le merci sugli scaffali, e allora la carenza di prodotti si sente di più.

La mia mamma e i miei parenti sono li, mascherine anche solo chirurgiche impossibili da trovare, si va a fare la spesa così – come si può.

Eccomi in macchina, è una settimana che non l’accendo ma la batteria sembra tenere, esco in strada e mi permetto una leggera deviazione di un paio di chilometri, giusto per caricare un po’ di più l’accumulatore, sempre però guidando all’interno del mio comune. Fari spenti, autoradio spenta, anche l’ultimo Ampere può essere prezioso.

Arrivo al parcheggio del supermercato, scelgo quello interrato – meno battuto – li – sempre a macchina accesa – inizio la vestizione: maschera FFP2, quella che usavo contro i fumi dell’alcol isopropilico mentre restauravo le mie macchine fotografiche a pellicola, occhiali da vista, seconda mascherina artigianale in tessuto da lavare ad ogni rientro, usata per proteggere l’unica e preziosissima FFP2, occhialoni di plastica da lavoro. Controllo le impostazioni della macchina fotografica, poi primo paio di guanti in lattice, secondo paio, sacchetti della spesa, carrello e via.

Quello che rimane della mia FFP2

Salgo al piano dei negozi, tutti chiusi tranne la Coop, l’ingresso interno al supermercato è chiuso, si può entrare solo da quello esterno, esco, per fortuna ci sono – a naso – soltanto quattrocento metri di colonna (la settimana scorsa mi è andata molto peggio) eccomi, cerco di individuare l’inizio della coda, trovata. Inizio a guardarmi intorno, le persone davanti, la badante che si mette in colonna dietro di me, aspetto un po’ per scrutare le facce della gente in torno, in cerca di possibili “teste calde” le quali potrebbero risentire del fatto che io inizi a fotografarle, decido che il gioco vale la candela. (come quasi sempre di solito). FOTOGRAFO.

Quando la gente indossa la mascherina sembra farsi fotografare più volentieri, nel senso che, essendo in parte con il volto mascherato, le persone si sentono meno coinvolte sul lato personale – mentre le fotografi – le loro identità sono parzialmente protette, sentono di non riconoscersi e di non essere riconoscibili. Oppure, si lasciano fotografare con più permissività perché si sentono un po’ parte della storia – ora – sanno che quello che stiamo vivendo è un momento storico, e tutti noi ne faremo parte – volenti o nolenti, sopravvissuti e non.

Implicazioni filosofiche e antropologiche sulla file per comprare i beni di prima necessità

Nei corsi di sopravvivenza ti insegnano che la cosa a cui devi pensare per primo è costruirti un rifugio (la nostra casa e la mascherina in questo caso specifico) – poi viene il bisogno dell’acqua potabile (quella per fortuna scorre ancora dai rubinetti) – la terza condizione per non sopperire è la presenza di cibo commestibile ( e per questo siamo qui in fila).

Siamo in fila e nessuno sta dando segni di squilibrio (per il momento) – presto mi accorgo che i veri soggetti interessanti non sono tanto le persone in colonna e i loro carrelli della spesa, i veri personaggi da ritrarre sono i vecchietti con la mascherina li in fondo: non devono fare la spesa, son usciti di casa solo per vedere la gente in fila – io li adoro – non curanti delle restrizioni e delle sanzioni, non riescono a resistere alla kermesse della gente in fila per il pane.

Sono inarrestabili… sono i più a rischio ma se ne fregano.

Non è un paese per fare figli

#COVIDItalia: la verità è che siamo il paese al mondo con più morti per coronavirus perché il nostro è sostanzialmente un paese di vecchi, noi e la generazione prima della nostra non siamo stati in grado di costruire le basi per permettere una crescita economica “condivisa” tale da incentivare le coppie in età genitoriale a emettere altri figli. Troppo impegnati a far crescere il nostro orticello incantato di piccoli e medio miseri imprenditori, per permettere anche ai nostri collaboratori subalterni di mettere in cantiere vite umane. Stagisti, collaboratori esterni, minimo salariale perché mi costi un patrimonio…

Ma questa – per fortuna – è solo parte (gran) del panorama imprenditoriale italiano – esistono anche molti imprenditori illuminati che non pensano – solo – al loro profitto, e sanno che la strada per loro crescita, è battuta da operai e impiegati, quadri e dirigenti, in grado di impegnarsi orgogliosamente fino al midollo.

Sono finalmente arrivato all’ingresso del supermercato, la prossima batteria ad entrare è la mia. Metto via il taccuino e la macchina fotografica, la badante dietro di me esausta di farmi da primo piano emette – attraverso la mascherina – un rumoroso sospiro di sollievo, anche io – d’altronde – sono felice di non dover più assistere a mezz’ora di telefonata in rumeno, dove l’unica cosa che ho capito è stata la multicitata parola “coronavirus”.

Parliamo giustamente di medici e infermieri “Eroi” ma anche tutti i lavoratori dei supermercati e le cassiere (e le badanti) – per me – sono tali: forse non salveranno “vite” ma assicurano che il nostro “giro vita” non diminuisca troppo… alla prossima.

Quell’ultimo sabato a Milano fotografando prima del coronavirus

Sabato 22 febbraio 2020 i contagi in Italia saranno stati non più di un centinaio, ma le avvisaglie che la tempesta stesse arrivando c’erano tutte, l’ultimo giorno a Milano, la sera il primo segno che la mia adorata città si stesse per trasformare in uno sfuggente e invisibile campo di battaglia: il bambino cinese con la mascherina chirurgica, la sua famiglia senza: scesero da un Uber che poi a dieci metri di distanza si rifermò a disinfettare l’autovettura con l’Amuchina – improrogabilmente – in mezzo alla strada, bestemmiando nella sua lingua il driver non si curò affatto di aver fermato il traffico, una colonna di vetture che prontamente lo punì strombazzando a più non posso: “Esagerato!”.

Quel giorno ero in giro a provare la mia nuova (usata) Fujifilm x-pro2 , comprata in previsione del fatto che la pellicola, per un pò l’avrei dovuta abbandonare a causa dei lunghi tempi di raccolta e distribuzione prospettatimi da parte dei corrieri fotografici.

Il sentore che quel virus dalla Cina sarebbe inesorabilmente arrivato, era ormai un qualcosa d’acquisito. Dopo un mese e mezzo ad osservare – e prepararsi – a quello che stava succedendo a Wuhan, quel giorno mi sentivo stupidamente elettrizzato nel vedere alla stazione centrale di Milano – dal vivo – quelle prime figure umane con le mascherine sul volto.

Camminando per la città Iniziavo già a stare il più lontano possibile dalle altre persone: buttandomi improvvisamente dal marciapiede alla sede stradale, cambiando inorridito lato della strada quando, una signora anziana che camminava verso me ha iniziato a tossire vistosamente.

Sapevo che il contagio si sarebbe presto rivelato ma mi sono comunque concesso un’ultima immersione di strada, pensando a tutto il tempo che sarebbe potuto trascorrere prima della prossima camminata fotografica per la città.

Dalla Stazione Centrale per via Vitruvio, fino al mercato del sabato di via Benedetto Marcello, qui – dopo la chiusura – la piazza si trasforma prendendo le sembianze di un paesaggio post-atomico e spettrale, tra i commercianti che sbaraccano, i cumuli di cassette di legno da smaltire, e i netturbini che spazzano via gli ultimi scarti delle merci non vendute: frutta scartata, contenitori di carta e, ogni tanto, qualcuno che cerca tra questa nuova immondizia qualcosa ancora di buono da salvare. Ma questa è una storia che non mi sento il diritto di raccontare e illustrare: è troppo personale per chi la subisce – la povertà – e poi, se non sai interpretala in modo da renderla non scontata, è meglio evitare di fotografarla.

Avanti per vie poco battute arrivo alla soglia di Corso Buenos Aires, si parlo proprio di soglia perché qui mi fermo – la fotografo quasi da lontano – questa strada è ancora un fiume in piena, riempita di gente che ancora si gode la normalità collettiva, il piacere di uscire e stare con gli altri. Quando tornerete a fare shopping per strada come se nulla fosse successo? Quando potrò io tornare a fotografarvi per strada, impegnati (voi) nella vostra vita distratta?

Un domani, quel domani che in un modo o in un altro arriverà, se tutto va bene ci sarò anche io, dobbiamo #restareacasa, e se tutto andrà anche meglio ci saranno anche i miei cari, e i vostri, perché meno usciamo, più gente si salverà: i nostri figli, i nostri genitori, il vecchietto dell’appartamento di sopra. Rinunciare ad uscire oggi è il nostro piccolo modo di essere eroi, anche una sola vita salvata può renderci orgogliosi di appartenere a questa umanità.

Domani sarà un altro giorno per uscire a fotografare la città, una città rinata e sicuramente un po’ più umana, fraterna, vivibile, respirabile…. A Domani!

Streetphotography e attrezzatura fotografica: dalla pellicola alla Fujifilm X-pro2

Recentemente ho riscoperto la fotografia digitale per la streetphotograpy, per me la fotografia analogica (chimica) è sicuramente più espressiva ma, di questi tempi sviluppare diventa un lusso, così vi parlerò di come ho adattato il metodo di fotografare analogico alla fotografia digitale. Si perché fotografare – sopratutto per strada – è una questione di atteggiamento e desiderio, non di faziosi discorsi da stadio su quale sia il medium migliore (con tante scuse per gli stadi).

Non sono un fan dell’autofocus, quando fotografo per strada so a che distanza saranno i miei soggetti quando li fotograferò, da un metro e mezzo a massimo tre o quattro, così imposto la scala delle distanze e il diaframma per avere a fuoco ciò che mi serve.

Attualmente sulla Fujifilm X-pro2 sto usando un Voigtlander Color-Skopar 35 mm f 2.5 per Leica M con adattatore per la Fuji. Su questa macchina la focale diventa all’incirca un 50 mm, non la mia focale preferita ma comunque molto gestibile.

Solitamente con la pellicola utilizzo la focale 35 mm, ideale per la maggior parte dei miei scatti di strada, essa può essere utilizzata come grandangolo – certo non molto spinto – e, in certe condizioni, può diventare anche un ottimo obbiettivo da ritratto.

Altre focali importanti per me sono il 40 mm, leggendario il Leica “ELMARIT-C” compatto e affilatissimo, degno compagno della bistrattata Leica CL, altra macchina che adoro per la sua versatilità e compattezza. Il 40 mm è la classica lente che potete trovare in formato “pancake”, ossia un obiettivo solitamente molto compatto, con uno schema di lenti semplice ma dalla nitidezza elevata. Questa è stata la focale per molto tempo definita come “standard”, negli anni settanta la trovavate su tutte le macchine fotografiche compatte a telemetro come la popolana “Ricoh 500G” o le più raffinate “Canonet QL”.

Infine vi parlerò del 28 mm, troppo dispersivo per molti amanti della streetphotography, molti dicono che con lui, dentro all’inquadratura si tende a inserirci troppa cose… ma è proprio questo il bello, se riesci a prenderci la mano. Ogni tanto uscire in strada con lui è un ottimo esercizio, non dimentichiamoci inoltre che è la focale preferita dal maestro giapponese della streetphotography “Daido Moriyama”.

Se volete imparare come si usa la focale 28 mm nella streetphotography, potete cercate ispirazione in alcuni dei magnifici scatti realizzati da “Mary Ellen Mark” con la sua Nikon FM2 e il suo 28 mm, qui un ottimo link sul suo lavoro.

Torniamo alla X-pro2, per un fotografo che viene dalle macchine telemetro a pellicola e senza un largo budget per poter comprare una Leica M digitale, la Fuji è sicuramente la scelta ideale. Personalmente non amo molto i mirini elettronici, anche se devo ammettere che gli ultimi usciti sono molto migliorati in termini di qualità d’immagine e reattività, la possibilità di inquadrare la realtà attraverso un mirino ottico, senza la mediazione dell’elettronica – per me – rimane una scelta fondamentale.

Troppi pulsanti: Devo ammetterlo e non per farmi grande rispetto alla media degli altri fotografi, sono abituato a scattare con poco, senza esposimetro – basta un po’ di “fiuto” e la regola “sole f16” – insieme al selettore delle velocità e a quello dei diaframmi, oltre naturalmente al pulsante di scatto…

La regola “Sunny 16”come l’ho capita io

Scelgo il tempo di scatto in base alla sensibilità ISO della pellicola utilizzata

100 ISO = 1/125s

200 ISO = 1/250s

400 ISO = 1/500s

800 ISO = 1/1000s

Scelgo il diaframma in base alla quantità di luce della scena

F 2.8 = INTERNI

F 5.6 = OMBRA

F 8 = SOLE NORMALE

F 11 = SOLE FORTE

F 16 = CONTROLUCE

Se sono in situazione di forte controluce chiudo il diaframma di 2 stop

Se sono in situazione di forte ombra apro il diaframma di 1 / 2 stop

Se ho una pellicola da 3200 ISO e un tempo massimo di 1/500s chiudo il diaframma di altri 3 stop [esempio: F 5.6 = OMBRA diventa F 16 (+3)]

400 ISO = 1/500s

800 ISO = +1

1600 ISO = +2

3200 ISO = +3


Durante le prime uscite con la X-pro2 mi è capitato spesso di “inciampare” con la mano sui vari pulsanti posteriori, con l’inevitabile esperienza di aver toccato qualcosa che non dovevo – cambiando impostazioni – e rovinando di conseguenza lo scatto.
La nuova X-pro3 è molto più minimale dal punto di vista dei pulsanti, sono meno è più strategici, poi c’è il display che devi aprire, scelta geniale secondo i miei canoni di scatto… Ma non era il caso di impegnare tutti quei soldi per comprarla nuova.

Poteva essere una buona idea comprarla per usarla a lavoro ma, la versatilità della reflex per il mio tipo di principale d’incarichi (i matrimoni) rimane ancora imbattibile.

La Fujifilm X-pro2 è stata la scelta ottimale per continuare a fotografare la strada in alternativa alle telemetro a pellicola, sopratutto se non puoi permetterti una Leica M. Basta un convertitore per permetterti di montare i tuoi obiettivi a fuoco manuale sulla baionetta Fuji, anche uno di tipo economico, se non hai dei particolari bisogni in merito alle fotografie scattate con fuoco all’infinito.
All’inizio l’operazione di messa a fuoco, provenendo dalle telemetro classiche, può essere un po’ macchinosa ma, esistono diverse modalità d’assistenza al fuoco manuale, basta provarle un po’ e scegliere quella che più ci aggrada.

Infine cosa posso dirvi, rinuncerò per sempre alla pellicola per la Fujifilm X-pro2? Direi di no, la grandiosa bellezza della grana della pellicola, il dover forzatamente pensare di più e meglio prima dello scatto, sono scelte estetiche e operative che il digitale ti fa apprezzare molto meno, rispetto all’analogico. Ma, ogni tanto, girare per la città scattando un po più liberamente – senza dover pensare ai soli 36 scatti e al loro “prezzo” – è un’esperienza altrettanto appagante. Perché, come ho anticipato nell’introduzione, la fotografia di strada è una questione di atteggiamento e desiderio.

L’atteggiamento è come ti poni per strada, il tuo approccio invasivo o riservato, la tua attrezzatura. Il desiderio, beh il desiderio è il tuo desiderio di fotografare o meglio, come dice Moriyama: “quel Desiderio che il fotografo deve sentire nell’istante in cui scatta la foto.” Ma questa direi che è quasi filosofia, e merita – forse – un articolo a se…

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