La spesa la streetphotography e il coronavirus

Lo so, è stato detto che non bisogna uscire e questo vale anche per andare a fotografare per strada. Giuro, signor tenente: ero in colonna per l’acquisto settimanale dei generi alimentari di prima necessità. Non è colpa mia se per entrare al supermercato bisogna fare un ora di colonna, allora – tanto che c’ero – perché non approfittare è scattare un po’ di supermarket-queue-photography? Con buona pace del vecchietto li in fondo seduto a gustarsi il lungo spettacolo… Ehi! Ma non dovevi restare a casa?

La situazione degli approvvigionamenti dei generi alimentari qui nella prima provincia di Milano è buona, so però che in città, i piccoli supermercati di quartiere spesso sono quasi vuoti perché li c’è più concentrazione di persone, meno spazio per le merci sugli scaffali, e allora la carenza di prodotti si sente di più.

La mia mamma e i miei parenti sono li, mascherine anche solo chirurgiche impossibili da trovare, si va a fare la spesa così – come si può.

Eccomi in macchina, è una settimana che non l’accendo ma la batteria sembra tenere, esco in strada e mi permetto una leggera deviazione di un paio di chilometri, giusto per caricare un po’ di più l’accumulatore, sempre però guidando all’interno del mio comune. Fari spenti, autoradio spenta, anche l’ultimo Ampere può essere prezioso.

Arrivo al parcheggio del supermercato, scelgo quello interrato – meno battuto – li – sempre a macchina accesa – inizio la vestizione: maschera FFP2, quella che usavo contro i fumi dell’alcol isopropilico mentre restauravo le mie macchine fotografiche a pellicola, occhiali da vista, seconda mascherina artigianale in tessuto da lavare ad ogni rientro, usata per proteggere l’unica e preziosissima FFP2, occhialoni di plastica da lavoro. Controllo le impostazioni della macchina fotografica, poi primo paio di guanti in lattice, secondo paio, sacchetti della spesa, carrello e via.

Quello che rimane della mia FFP2

Salgo al piano dei negozi, tutti chiusi tranne la Coop, l’ingresso interno al supermercato è chiuso, si può entrare solo da quello esterno, esco, per fortuna ci sono – a naso – soltanto quattrocento metri di colonna (la settimana scorsa mi è andata molto peggio) eccomi, cerco di individuare l’inizio della coda, trovata. Inizio a guardarmi intorno, le persone davanti, la badante che si mette in colonna dietro di me, aspetto un po’ per scrutare le facce della gente in torno, in cerca di possibili “teste calde” le quali potrebbero risentire del fatto che io inizi a fotografarle, decido che il gioco vale la candela. (come quasi sempre di solito). FOTOGRAFO.

Quando la gente indossa la mascherina sembra farsi fotografare più volentieri, nel senso che, essendo in parte con il volto mascherato, le persone si sentono meno coinvolte sul lato personale – mentre le fotografi – le loro identità sono parzialmente protette, sentono di non riconoscersi e di non essere riconoscibili. Oppure, si lasciano fotografare con più permissività perché si sentono un po’ parte della storia – ora – sanno che quello che stiamo vivendo è un momento storico, e tutti noi ne faremo parte – volenti o nolenti, sopravvissuti e non.

Implicazioni filosofiche e antropologiche sulla file per comprare i beni di prima necessità

Nei corsi di sopravvivenza ti insegnano che la cosa a cui devi pensare per primo è costruirti un rifugio (la nostra casa e la mascherina in questo caso specifico) – poi viene il bisogno dell’acqua potabile (quella per fortuna scorre ancora dai rubinetti) – la terza condizione per non sopperire è la presenza di cibo commestibile ( e per questo siamo qui in fila).

Siamo in fila e nessuno sta dando segni di squilibrio (per il momento) – presto mi accorgo che i veri soggetti interessanti non sono tanto le persone in colonna e i loro carrelli della spesa, i veri personaggi da ritrarre sono i vecchietti con la mascherina li in fondo: non devono fare la spesa, son usciti di casa solo per vedere la gente in fila – io li adoro – non curanti delle restrizioni e delle sanzioni, non riescono a resistere alla kermesse della gente in fila per il pane.

Sono inarrestabili… sono i più a rischio ma se ne fregano.

Non è un paese per fare figli

#COVIDItalia: la verità è che siamo il paese al mondo con più morti per coronavirus perché il nostro è sostanzialmente un paese di vecchi, noi e la generazione prima della nostra non siamo stati in grado di costruire le basi per permettere una crescita economica “condivisa” tale da incentivare le coppie in età genitoriale a emettere altri figli. Troppo impegnati a far crescere il nostro orticello incantato di piccoli e medio miseri imprenditori, per permettere anche ai nostri collaboratori subalterni di mettere in cantiere vite umane. Stagisti, collaboratori esterni, minimo salariale perché mi costi un patrimonio…

Ma questa – per fortuna – è solo parte (gran) del panorama imprenditoriale italiano – esistono anche molti imprenditori illuminati che non pensano – solo – al loro profitto, e sanno che la strada per loro crescita, è battuta da operai e impiegati, quadri e dirigenti, in grado di impegnarsi orgogliosamente fino al midollo.

Sono finalmente arrivato all’ingresso del supermercato, la prossima batteria ad entrare è la mia. Metto via il taccuino e la macchina fotografica, la badante dietro di me esausta di farmi da primo piano emette – attraverso la mascherina – un rumoroso sospiro di sollievo, anche io – d’altronde – sono felice di non dover più assistere a mezz’ora di telefonata in rumeno, dove l’unica cosa che ho capito è stata la multicitata parola “coronavirus”.

Parliamo giustamente di medici e infermieri “Eroi” ma anche tutti i lavoratori dei supermercati e le cassiere (e le badanti) – per me – sono tali: forse non salveranno “vite” ma assicurano che il nostro “giro vita” non diminuisca troppo… alla prossima.

Pubblicato da raffaelloiannelli

Photographer & Storyteller

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