Quell’ultimo sabato a Milano fotografando prima del coronavirus

Sabato 22 febbraio 2020 i contagi in Italia saranno stati non più di un centinaio, ma le avvisaglie che la tempesta stesse arrivando c’erano tutte, l’ultimo giorno a Milano, la sera il primo segno che la mia adorata città si stesse per trasformare in uno sfuggente e invisibile campo di battaglia: il bambino cinese con la mascherina chirurgica, la sua famiglia senza: scesero da un Uber che poi a dieci metri di distanza si rifermò a disinfettare l’autovettura con l’Amuchina – improrogabilmente – in mezzo alla strada, bestemmiando nella sua lingua il driver non si curò affatto di aver fermato il traffico, una colonna di vetture che prontamente lo punì strombazzando a più non posso: “Esagerato!”.

Quel giorno ero in giro a provare la mia nuova (usata) Fujifilm x-pro2 , comprata in previsione del fatto che la pellicola, per un pò l’avrei dovuta abbandonare a causa dei lunghi tempi di raccolta e distribuzione prospettatimi da parte dei corrieri fotografici.

Il sentore che quel virus dalla Cina sarebbe inesorabilmente arrivato, era ormai un qualcosa d’acquisito. Dopo un mese e mezzo ad osservare – e prepararsi – a quello che stava succedendo a Wuhan, quel giorno mi sentivo stupidamente elettrizzato nel vedere alla stazione centrale di Milano – dal vivo – quelle prime figure umane con le mascherine sul volto.

Camminando per la città Iniziavo già a stare il più lontano possibile dalle altre persone: buttandomi improvvisamente dal marciapiede alla sede stradale, cambiando inorridito lato della strada quando, una signora anziana che camminava verso me ha iniziato a tossire vistosamente.

Sapevo che il contagio si sarebbe presto rivelato ma mi sono comunque concesso un’ultima immersione di strada, pensando a tutto il tempo che sarebbe potuto trascorrere prima della prossima camminata fotografica per la città.

Dalla Stazione Centrale per via Vitruvio, fino al mercato del sabato di via Benedetto Marcello, qui – dopo la chiusura – la piazza si trasforma prendendo le sembianze di un paesaggio post-atomico e spettrale, tra i commercianti che sbaraccano, i cumuli di cassette di legno da smaltire, e i netturbini che spazzano via gli ultimi scarti delle merci non vendute: frutta scartata, contenitori di carta e, ogni tanto, qualcuno che cerca tra questa nuova immondizia qualcosa ancora di buono da salvare. Ma questa è una storia che non mi sento il diritto di raccontare e illustrare: è troppo personale per chi la subisce – la povertà – e poi, se non sai interpretala in modo da renderla non scontata, è meglio evitare di fotografarla.

Avanti per vie poco battute arrivo alla soglia di Corso Buenos Aires, si parlo proprio di soglia perché qui mi fermo – la fotografo quasi da lontano – questa strada è ancora un fiume in piena, riempita di gente che ancora si gode la normalità collettiva, il piacere di uscire e stare con gli altri. Quando tornerete a fare shopping per strada come se nulla fosse successo? Quando potrò io tornare a fotografarvi per strada, impegnati (voi) nella vostra vita distratta?

Un domani, quel domani che in un modo o in un altro arriverà, se tutto va bene ci sarò anche io, dobbiamo #restareacasa, e se tutto andrà anche meglio ci saranno anche i miei cari, e i vostri, perché meno usciamo, più gente si salverà: i nostri figli, i nostri genitori, il vecchietto dell’appartamento di sopra. Rinunciare ad uscire oggi è il nostro piccolo modo di essere eroi, anche una sola vita salvata può renderci orgogliosi di appartenere a questa umanità.

Domani sarà un altro giorno per uscire a fotografare la città, una città rinata e sicuramente un po’ più umana, fraterna, vivibile, respirabile…. A Domani!

Pubblicato da raffaelloiannelli

Photographer & Storyteller

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